SAFARI MOMELLA

SAFARI MOMELLA

Il safari Momella è un safari che combina i quattro parchi più famosi del Circuito del Nord con una visita al Parco Nazionale di Arusha, un gioiello a pochi chilometri dalla città che racchiude meraviglie.

PROGRAMMA DI VIAGGIO

GIORNO 1
KIA-ARUSHA
Incontro con la guida all’Aeroporto Internazionale del Kilimanjaro (KIA) e trasferimento ad Arusha. Cena e pernottamento in città.
GIORNO 2
PARCO NAZIONALE DI ARUSHA
Partenza per il Parco Nazionale di Arusha. Game drive e walking safari. Cena e pernottamento ad Arusha.
GIORNO 3
PARCO NAZIONALE TARANGIRE
Partenza per il Parco Nazionale Tarangire. Game drive. Cena e pernottamento nel parco.
GIORNO 4
PARCO NAZIONALE SERENGETI
Partenza per il Serengeti via Ngorongoro. Visita alle Gole di Olduvai. Game drive. Cena e pernottamento nel parco.
GIORNO 5
PARCO NAZIONALE SERENGETI
Giornata interamente dedicata ai game drive nel Serengeti. Cena e pernottamento nel parco.
GIORNO 6
AREA DI CONSERVAZIONE DI NGORONGORO
Partenza per Ngorongoro e discesa in cratere. Game drive. Cena e pernottamento all’interno del cratere.
GIORNO 7
CRATERE DI NGORONGORO
Game drive in cratere. Cena e pernottamento nel villaggio di Karatu.
GIORNO 8
PARCO NAZIONALE LAGO MANYARA
Partenza subito dopo colazione per il Parco Nazionale Lago Manyara. Game drive in mattinata e rientro ad Arusha con pranzo al sacco. Rientro ad Arusha e trasferimento all’Aeroporto Internazionale del Kilimanjaro per il volo internazionale di ritorno. Fine dei servizi

 

Elefanti in cammino

GIORNO DI ARRIVO
Il safari inizia all’Aeroporto Internazionale del Kilimanjaro (KIA) dove si incontra la guida che resterà in nostra compagnia per tutto il viaggio e che vi accoglierà con uno squillante jambo! È il saluto speciale per voi, gli ospiti, seguito da karibu Tanzania, ‘benvenuto in Tanzania’.
L’accoglienza è molto importante per i tanzaniani e voi siete davvero i benvenuti.
Dal Kia si viene portati in auto alla città di Arusha, capitale indiscussa dei safari in Tanzania. La strada è buona, asfaltata, e il tragitto dura all’incirca 45 minuti.
Arusha sorge a circa 1.400 metri di altitudine, sulle pendici del Monte Meru che svetta nel parco nazionale che prende il nome dalla città e il clima è mite tutto l’anno.
Se il volo è arrivato in tarda mattinata o nel primo pomeriggio si può prevedere di fare un giro della città, di mangiare in un ristorante tipico, di ambientarsi al clima e al paesaggio africani.

Karibu Tanzania

Benvenuto in Tanzania

ARUSHA E PARCO NAZIONALE DI ARUSHA
Arusha è conosciuta da tutti come la porta di accesso ai parchi del circuito del nord. Raramente si visita la città, raramente si visita il parco che da lei prende il nome. È un grande sbaglio. La città offre molto sia in termini di ricezione ed intrattenimento sia in termini di bellezze naturali. Sono molti gli aspetti nascosti di questa città in espansione vertiginosa come molti sono gli angoli per una passeggiata nella natura. Viali alberati che potrebbero essere descritti in una fiaba, filari e filari di piante di caffè, a volte spoglie, a volte coperte di maturi frutti rossi in attesa di essere raccolti. La pace. La quiete. La possibilità di vagare con la mente in assoluto relax.
Tra le bellezze che offre Arusha è compreso il suo parco nazionale. Parte del parco è coperta dalla foresta pluviale e al suo interno svetta il bellissimo Monte Meru, vulcano ancora attivo, che è anche il secondo monte più alto di tutta la Tanzania con i suoi 4566 metri. Un’altra caratteristica di questo parco è il Cratere di Ngurdoto, una piccola caldera di circa tre km, stracolma di fauna.
Per gli amanti dell’avifauna ci sono tantissime specie ornitologiche e i sette piccoli Laghi Momella con le loro acque estremamente alcaline attirano numerosi fenicotteri, spettacolari visti da lontano: immense macchie rosa. Per quanto riguarda la restante fauna si trovano elefanti, giraffe, erbivori, ma è completamente assente il leone.
Naturalmente è possibile fare trekking sul Meru: alcuni lo considerano un allenamento prima di affrontare il grande gigante, il Kilimanjaro.
Tra le piante presenti nel parco segnalo i singolari fichi strangolatori, una strana specie di parassita che avvolge la pianta ospite fino ad ucciderla. Molto fotografato l’esemplare sotto al quale passano le jeep durante la visita al parco.

IL PARCO NAZIONALE TARANGIRE
Questo parco è uno dei più belli del circuito del nord. Il suo nome deriva dalla lingua Mbugwe, la lingua della tribù che tradizionalmente viveva in quest’area. È attraversato dal fiume Tarangire: fonte di vita per piante e animali.
Questo parco è famoso per le sue grandi comunità di enormi elefanti e baobab e per la leggenda che un numero incredibile di pitoni staziona sui rami degli alberi per riposare mentre digerisce la preda. Probabilmente è vero, ma non è così facile vederli.
Il vero nome del baobab è Adansonia Digitata dal signore che l’ha scoperta, un certo Adanson, nel diciottesimo secolo.
È un albero massiccio e di dimensioni davvero incredibili, ma non è tutto. Sembra che possa vivere fino a 3.000 anni e trattenere un numero spropositato di litri d’acqua per affrontare i periodi di siccità, durante i quali è completamente spoglio. Come fa? Con un sofisticato sistema di radici poco profonde che assorbono le rare piogge velocemente.
Il fiore è bianco e profumato. Il frutto una sorta di enorme noce, circa 15 centimetri, ricoperta di filamenti. All’interno c’è una specie di polpa bianca, acidula e commestibile. Oltre ad essere di ottimo sapore, contiene grandi quantità di vitamina C.
Per gli africani, soprattutto per le tribù che vivono nel bush, è un micromondo. Attorno al baobab si creano i villaggi. All’interno ci si ripara, si deposita il cibo e si seppelliscono, a volte, i morti.
È facile capire come, in un attimo, questo gigante diventi parte integrante della vita della comunità e come sia facile creare storie e leggende o personificazioni di quello che viene considerato a pieno titolo come uno dei membri del gruppo.
La realtà è che serve a tutti in un modo o nell’altro. Non si butta niente. Foglie e frutti si mangiano, i semi abbrustoliti si usano per fare una bevanda e la corteccia, spugnosa, fornisce materiale per fabbricare corde, stuoie e cesti. Forse, però, l’impiego più importante sta nell’essere un luogo di incontro, il punto di riferimento del villaggio. All’ombra dei suoi rami ci si riposa, si aspetta l’ora della caccia e si prendono importanti decisioni.
Sembra una vita semplice, ma segue regole molto precise e, soprattutto, tramandate di generazione in generazione. Le radici del baobab sono le radici della comunità, la tradizione che regola la vita.
Molto più facile è osservare centinaia di specie di uccelli. Tra loro i bellissimi e dolci uccelli inseparabili. La loro storia è quasi incredibile. Scelgono un compagno e restano monogami per tutta la vita, inseparabili appunto.
È possibile trovare praterie e paludi nella parte meridionale del parco che offrono al visitatore panorami eccezionali.
Il parco si estende su una superficie di circa 2.600 kmq e il fiume è centrale per la vita al suo interno: durante la stagione secca è possibile assistere ad una piccola migrazione di gnu e zebre verso le sue acque e in generale garantisce un’elevata concentrazione di animali.
Dista 120 chilometri da Arusha e questo significa che è abbastanza facilmente raggiungibile.
Per pranzo ci si ferma al belvedere sul fiume sui tavolini dell’area pic nic. Il diversivo è dato dalle dispettose vervet monkeys che si aggirano tra i tavoli in attesa di poter rubare qualcosa ai turisti. Un giorno è un frutto, un altro un pezzo di torta, insomma, un pranzo sicuramente movimentato.
Dare da mangiare agli animali è severamente vietato in tutti i parchi della Tanzania, ma questa è una situazione singolare perché è tenuta sotto controllo direttamente dalle dispettose scimmiette.
Ogni parco della Tanzania è un piccolo mondo. Non è possibile scegliere il migliore o il più bello: tutti sono speciali.
I lodge del Tarangire sono tutti molto belli e accoglienti, spesso in bungalow a terra o su palafitte. Alcuni sono posizionati su corridoi migratori e il sundowner al tramonto sulla terrazza può davvero diventare indimenticabile.

La macchina

LA STRADA VERSO IL SERENGETI
Si parte presto, subito dopo colazione, poiché il tragitto verso il Serengeti è lungo, circa 335 km.
Il tempo trascorso in auto può diventare un’opportunità per soddisfare la curiosità di occhi che arrivano da mondi diversi.
Si passa attraverso i villaggi, alcuni più importanti, altri piccini. Dal Land Cruiser si vede la parte che viene attraversata dalla strada principale, ottima per farsi un’idea.
Le case sono sparse qua e là: a volte sono belle abitazioni cintate con giardino, a volte sono molto più modeste con tetto in lamiera, ma comunque tipiche della realtà tanzaniana.
Lungo la strada principale si ammassano anche i bar e i ristoranti frequentati dai tanzaniani e dove si trovano spesso specialità squisite, i distributori di benzina, i fundi, meccanici, e i venditori ambulanti di frutta e verdura che offrono le loro squisitezze ai viaggiatori in transito insieme alle signore Maasai che spesso presentano i loro elaborati gioielli di perline fatti rigorosamente a mano e caratteristici della loro tribù.
Tra questi villaggi ce ne sono due particolarmente importanti, Mto Wa Mbu e Karatu. Sono quelli agli snodi per raggiungere i vari parchi del cosiddetto Circuito del Nord. A Mto Wa Mbu si può dormire se si è diretti in Manyara e Tarangire. A Karatu di solito pernottano i visitatori di Ngorongoro.

TRANSITO DA NGORONGORO PER RAGGIUNGERE IL SERENGETI
Per poter raggiungere il Serengeti è necessario passare attraverso l’Area di Conservazione di Ngorongoro. Quando si arriva al cancello di ingresso, dopo aver mostrato i documenti, si entra e si comincia a salire per una strada ripida e costeggiata da piante. È bellissimo quando si riesce a scorgere lo strapiombo. Ad un certo punto si arriva ad uno spiazzo con un piccolo monumento e una grande terrazza, il Crater View Point. Normalmente c’è vento e la temperatura può essere piuttosto fredda. La ringhiera della terrazza si affaccia sul cratere di Ngorongoro e una foto ricordo è un must per tutti.
Nel tragitto verso il Serengeti, o al ritorno, di solito si fa una sosta alle Gole di Olduvai, importante sito archeologico in cui sono stati trovati resti di ominidi e uomini primitivi di varie epoche della preistoria, considerato la ‘culla dell’umanità’. Un’esperienza unica per l’atmosfera che si respira in questo luogo incantato dove i primi ominidi hanno deciso di stabilirsi. Una sorta di ‘ritorno alle origini’ per tutti noi, un modo delicato e addirittura romantico di metterci in contatto con le nostre radici.
Una guida Maasai, sulla terrazza che sovrasta le gole, spiega tutta la storia di questo luogo incantato e un museo con informazioni , reperti e calchi, recentemente ristrutturato, completa la visita.

Il cratere Ngorongoro


PRIMO GIORNO IN SERENGETI

Il primo contatto con il Serengeti sono le pianure meridionali e si comincia il game drive nel parco.
Condensare in poche righe un game drive in Serengeti non è possibile, ma è certo che questo parco offre meraviglie.
Il Serengeti non è solo uno dei luoghi più famosi e descritti del pianeta, è anche e soprattutto un luogo magico. Per questo motivo non è sufficiente portare l’attrezzatura per riportare a casa ricordi di momenti esaltanti, ma bisogna portarci il cuore e viverlo con il nostro lato affettivo. Solo così si potrà veramente condividere la magia di questo parco. Passare uno dei gate di ingresso è come tornare bambini e aspettare la favola della buonanotte, quella favola che rimarrà con noi per sempre, quella che tocca le corde della nostra sensibilità in modo indelebile.
In Serengeti ci sono tutti e cinque i big five, leone, leopardo, elefante, bufalo e rinoceronte, ma anche gazzelle e antilopi, iene, sciacalli, elefanti, giraffe, ippopotami. Insomma, proprio tutta la migliore fauna che solo l’Africa può vantare.
Un gruppo di impala che bruca e scappa non appena la macchina si avvicina troppo è un classico, come i gruppi di leoni accovacciati sotto l’ombra di un albero mentre il loro sguardo si occupa di noi quasi senza interesse, in modo fugace. Non per niente viene definito un pride di leoni. Nulla li scalfisce. Un ghepardo nascosto tra l’erba alta in cerca di prede o solo l’orma dello stesso ghepardo impressa nella terra che testimonia il suo passaggio qualche istante prima sono emozioni forti. E poi una coppia di timidi dik dik che scrutano per vedere se arriva qualche predatore o un elefante solitario che lentamente si avvia per la sua strada incurante di attraversare in mezzo alle jeep piene di persone in estasi. Lui e la sua mole se lo possono permettere e magari poco più in là, appena girato l’angolo, una tenera giraffa sta mangiando le foglie dei rami più alti di un’acacia, quelle più gustose, quelle che solo a loro è concesso di raggiungere con il loro incredibile collo che sembra sfidare le leggi della fisica.
È impressionante davvero. Le foto che si scattano qui rimangono ad imperituro ricordo di un viaggio incredibile.
Mentre il pranzo si consuma di solito al sacco per non perdere neanche un istante di savana, la cena si svolge nella tenda centrale del campo, insieme agli altri ospiti, ma prima c’è il tempo per un sundowner al tramonto avvolti da un’atmosfera romantica quasi surreale. Si può stare da soli e godersi il panorama mozzafiato o condividere l’esperienza con gli altri ospiti, seduti a cerchio intorno al fuoco mentre il sole scende facendo da sfondo alla savana con la sua immensa forma fiammeggiante.
La notte si trascorre in tenda, una bellissima tenda dotata di tutti i comfort, tra i rumori della savana e degli animali di passaggio. Spesso gli ungulati si fanno sentire e le iene si aggirano furtive in cerca di qualche avanzo.
Il coprifuoco è legato alla luce: dopo il tramonto si può uscire dalla propria tenda solo se scortati da un guerriero Maasai per questioni di sicurezza. I Maasai sono straordinari e vegliano tutta la notte per proteggere campo.


SECONDO GIORNO IN SERENGETI

Il Serengeti è immenso, quasi 15.000 kmq ed è, a ragione, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.
Il parco viene diviso in quattro zone, ciascuna delle quali con caratteristiche proprie: il Nord, la Valle del Seronera, il Western Corridor e il Sud.
Diversi fiumi scorrono al suo interno come il fiume Seronera, ma i due principali sono il Mara a nord e il Grumeti a ovest, quelli che, in diversi periodi dell’anno, ospitano il passaggio degli ungulati in migrazione. Uno spettacolo forte e pericoloso, ma affascinante.
L’immensità del parco è stata descritta perfettamente dalla lingua Maa, la lingua dei Maasai. Con la parola ‘siringet’ si definisce una ‘pianura infinita’ ed ecco dunque il nome Serengeti.
In realtà le pianure sono vastissime nella parte meridionale, dove i ghepardi trovano il loro terreno ideale per lanciarsi a velocità folli all’inseguimento della preda durante la caccia, mentre le altre zone sono disseminate di colline, gole e il paesaggio è multiforme.
Tra i big five quello più difficile da vedere è senz’altro il rinoceronte, praticamente estinto, ma non impossibile. Rarissimamente ne spunta uno fuori dal nulla. Non si può descrivere quello che si prova quando succede.
A ovest delle pianure si trova la Rhino Conservation Protect Area e, nascosto nella boscaglia, c’è il piccolo Museo Moru, dedicato proprio al rinoceronte. È davvero minuscolo, coperto dalla vegetazione. Un ranger controlla l’ingresso e accoglie con l’affabilità che contraddistingue i tanzaniani. Sembra abituato a visite numerose, il sorriso è sincero e avvolgente. In realtà è molto raro che qualche visitatore arrivi fin qui.
Naturalmente nel parco si trova una concentrazione impressionante di tanti animali, non solo dei grandi mammiferi. Tra i più numerosi gazzelle, zebre, gnu, e facoceri. Ma anche sciacalli, piuttosto riservati, e iene, inquietanti e arcigne. Questi animali, insieme agli avvoltoi, sono considerati gli spazzini della savana. Puliscono i resti delle carcasse cacciate da altri e sono un’inestimabile valore aggiunto dell’habitat in cui vivono.
I rettili fanno parte dell’ambiente a pieno diritto come tutti gli altri animali. Il più famoso è sicuramente il mamba nero. Si tratta di un serpente molto aggressivo e molto molto velenoso. Viene chiamato il serpente dei sette passi perché il suo veleno consente sette passi prima di cominciare a far sentire i suoi effetti. Si tratta sicuramente di un animale molto pericoloso, ma non è così facile incontrarlo. Esiste anche il mamba verde, più piccolo, di un verde acceso e ugualmente letale. Anche in questo caso, però, le opportunità di incontro sono molto basse.
Gli insetti rientrano nella variegata realtà della savana. I parchi, e anche il Serengeti, sono ad esempio disseminati di giganteschi termitai, ben visibili: sembrano piramidi di terra, a volte con qualche arbusto che spunta.
Per gli amanti dell’ornitologia è un paradiso, c’è di tutto, tra cui l’endemico tessitore con i suoi nidi caratteristici che sembrano ricami, le aquile, le gru, i serpentari, solo per citare i più popolari.

LA GRANDE MIGRAZIONE
La Grande Migrazione che si svolge ogni anno tra Serengeti e Maasai Mara è uno spettacolo difficile da descrivere. Si tratta di un gigantesco numero di gnu e zebre in marcia per centinaia di chilometri alla ricerca di acqua e pascoli freschi, e questo è comprensibile.
Ciò che è più difficile da capire riguarda il percorso. Come fanno a sapere dove andare? Come riescono a non perdersi? Cosa li spinge a non mollare nonostante le difficoltà e le insidie che affrontano ogni volta? E seguono il percorso in senso orario!
Gnu e zebre hanno la necessità di abbeverarsi quotidianamente e questa è la miccia che stimola la partenza da luoghi ormai secchi verso luoghi rigogliosi, baciati dalla stagione delle piogge.
Durante il tragitto devono anche attraversare due fiumi: il Grumeti a giugno e il Mara tra fine agosto e settembre, quando passano dal tanzaniano Serengeti al kenyota Maasai Mara, sfidando orde di coccodrilli famelici che puntualmente ne sterminano un buon numero, tra cui molti cuccioli, più deboli, più inermi di fronte a questi rettili feroci e pazienti.
La partenza non avviene in modo clamoroso, è progressiva, graduale. C’è sempre uno gnu che parte e, da buoni gregari, gli altri, piano piano, lo seguono. In poco tempo se ne aggiungono altri, poi tutto il branco si mette in marcia.
Restano nel Maasai Mara fino a novembre, quando comincia la marcia di ritorno. Arrivano in Serengeti in dicembre e lì, nelle pianure meridionali, si fermano fino a marzo.
Questo è il momento e il luogo in cui le femmine partoriscono. Ogni anno si registrano circa 500.000 nuovi nati.
Mamma gnu ha un legame molto forte con il piccolo, non lo abbandona se non riesce a seguire la velocità del branco e lo difende dai coccodrilli se viene assalito. Non riesce quasi mai a vincere, ma lotta con tutte le sue forze.
Come tutti i cuccioli di tutte le specie, anche i piccoli gnu sono dolcissimi.
Questa migrazione ha luogo dalla notte dei tempi e gli gnu se la portano dentro geneticamente.
Il leone ha l’istinto della caccia, lo gnu quello del movimento.

AREA DI CONSERVAZIONE DI NGORONGORO
Questo luogo è uno dei più famosi di tutto il continente africano e tra i più filmati del mondo.
Copre un’area di 8.292 kmq e bisogna affacciarsi a quella ringhiera che guarda il cratere di Ngorongoro se si vuole davvero comprendere la forza della natura.
Ciò che oggi vediamo è la conseguenza di una terribile esplosione avvenuta circa due milioni e mezzo di anni fa dei vulcani che allora svettavano qui e che sono crollati su se stessi creando le depressioni che possiamo ammirare oggi con tanto stupore.
I crateri sono tre: Olmoti, Empakaai e quello di Ngorongoro che ha un diametro di 19 km, una superficie di 300 kmq e una profondità di 600 metri: la più grande caldera intatta esistente al mondo e una delle unicità di tutta l’Africa.
Nel cratere vero e proprio c’è una vasta pianura erbosa e la foresta di Lerai, a sud del lago Magadi che è posizionato al centro di questa pianura. L’acacia gialla, o albero della febbre, è la pianta caratteristica di questa foresta.
Le pareti a ovest hanno una vegetazione arbustiva, quelle a est sono ricoperte di foreste montane.
La parte alta, il Rim, raggiunge in alcuni punti un’altezza di più di 3.500 metri.
La concentrazione di fauna è impressionante: più di 3.000 mammiferi, compreso il rarissimo e ricercatissimo rinoceronte nero.
Il rinoceronte nero è un animale dolce, timido, solitario. In Tanzania è a rischio di estinzione ed è un vero peccato perché è un mammifero incredibile.
È massiccio, più o meno una tonnellata di peso, con zampe che sembrano colonne, e porta due corni che usa principalmente per difesa, intimidazione o per scavare in cerca di radici. Sono enormi: quello frontale può misurare fino a ottanta centimetri.
Ha una vista pessima, ma compensa egregiamente con udito e olfatto eccellenti. Non si può dire che sia aggressivo senza ragione, ma, se disturbato senza motivo, può caricare e rivelarsi molto pericoloso. Quando carica la sua testa tocca il terreno e la coda è alzata.
Una delle attività principali del rinoceronte è quella di rotolarsi nel fango. Gli scopi sono due: abbassare la temperatura e liberarsi dai parassiti che affliggono molti animali.
Ce ne sono ancora una manciata in Serengeti e nel cratere di Ngorongoro, ma la maggior concentrazione è in Selous e nel santuario del Parco Nazionale di Mkomazi.
Le regole di visita all’interno del cratere sono molto rigide: non ci si può fermare per più di sei ore consecutive per evitare troppa concentrazione di veicoli.
È possibile anche visitare un villaggio Maasai, l’unica tribù a cui è concesso di vivere in quest’area. Questa è la terra ancestrale dei Maasai e un guerriero accompagna la visita mostrando la loro affascinante cultura, invariata da centinaia di anni.
Quando si viaggia nella Tanzania del nord gli incontri con i Maasai sono inevitabili. La tribù ha origini nilotiche e si tratta di pastori nomadi con usi e costumi che si tramandano da secoli.
Hanno una struttura sociale di tipo patriarcale e gli anziani sono tenuti in alta considerazione perché depositari della saggezza.
Mentre le donne hanno un ruolo secondario, i guerrieri formano l’ossatura di tutta la tribù. I Moran, o guerrieri giovani, proteggono le mandrie della tribù.
Per diventare guerrieri è necessario che si sottopongano a difficili riti di iniziazione e passino qualche mese in savana da soli per dimostrare il loro valore. Sono riconoscibili perché vestiti di nero e hanno decorazioni bianche sul volto che li rendono un po’ spettrali.
Vivono in villaggi con capanne tradizionalmente chiamate manyatte. Sia la capanna che il villaggio hanno forma circolare e sono cintate da piante velenose che tengono lontani i predatori.
Anche i Maasai, come tutte le tribù, hanno le loro danze tradizionali, molto coinvolgenti.

Il pernottamento dopo un safari può essere in lodge all’interno del cratere o nel villaggio di Karatu.
Stando all’interno del cratere, naturalmente, si può godere della vista spettacolare e dei tramonti che dall’alto del rim scendono all’orizzonte.
Una cena davanti a questo spettacolo è sicuramente un’esperienza indimenticabile e piena di fascino.
Il villaggio di Karatu offre delle splendide alternative di lodge immersi in altrettanto splendidi giardini e con una qualità di servizio altissima.

IL PARCO NAZIONALE LAGO MANYARA

Il parco dista da Arusha circa 120 chilometri, due ore di macchina in termini di tempo. Il gate è a poca distanza dal villaggio di Mto Wa Mbu ed è visitabile tutto l’anno.
È Patrimonio dell’Umanità dal 1981 e si posiziona all’interno della Rift Valley. Si tratta di un piccolo parco, 330 chilometri quadrati di cui più di 200 occupati dal lago, ma con differenti ecosistemi.
Appena entrati ci si ritrova nella foresta equatoriale che può proliferare grazie alle acque del lago sotterraneo, ma ci sono anche l’ambiente lacustre, la savana e le zone vulcaniche con sorgenti calde.
Il lago è alcalino e, naturalmente, attira tantissimi fenicotteri che devono a questo tipo di acqua il loro splendido colore rosa intenso, ma le specie di uccelli sono innumerevoli: un paradiso per fare birdwatching.
Gli animali non mancano, tutti quelli che ci si aspetta di incontrare in savana: elefanti, ippopotami, giraffe, simpatiche vervet monkey, predatori e gli ippopotami che, come in tutti i parchi, stanno nelle hippo pool, pozze d’acqua in cui poter nuotare e ripararsi dal sole. Questo strano animale che somiglia a un fumetto ha la pelle glabra e non può stare al sole. Esce per brevi passeggiate durante il giorno e per mangiare nelle ore buie. Meglio non farsi ingannare dal suo aspetto bonario e dal fatto che sia erbivoro: è tra gli animali più aggressivi di tutta la savana e se attacca lo fa per uccidere, soprattutto se sente che i suoi cuccioli sono in pericolo.
Potrei andare avanti all’infinito, ma due specie sono caratteristiche proprio di questo piccolo parco. Prima di tutto i leoni cosiddetti ‘arboricoli’. Sono speciali leoni che salgono sui rami degli alberi a riposare: sia per la brezza che si gode dall’alto sia per fuggire dagli insetti che aggrediscono questi poveri leoni quando si sdraiano nell’erba. Questa abitudine non è esclusiva del Parco Manyara, ma qui il numero è decisamente alto.
Il secondo gruppo di animali che in Manyara possono essere avvistati a gruppi anche di cento individui sono i babbuini. Sono anche abituati e incuriositi dalle auto perché non sono così desiderosi di fuggire: guardano, posano per foto ricordo, passano rasenti alle jeep.
Verso sud il parco si restringe. Sono in quest’area le sorgenti vulcaniche di acqua calda chiamate in swahili Maji Moto, acqua calda appunto.
Tra le piante ci sono molte Euphorbia Candelabrum, piante molto velenose. Questa pianta ha una sorella, anch’essa velenosa, l’Euphorbia Tirucalli, che, proprio per le sue proprietà, viene usata dai Maasai nelle recinzioni per tenere lontano i predatori.

DA MANYARA AD ARUSHA E TRASFERIMENTO AL KIA

L’ultimo giorno si ripercorre a ritroso, questa volta con spirito e consapevolezza nuovi, la strada fatta per raggiungere questi luoghi, ma gli occhi con cui si guarda il panorama sono cambiati. Al ritorno si guarda con il cuore, si notano particolari diversi, ci si sofferma di più su dettagli a prima vista insignificanti. Sì, perché la Tanzania è bella tutta. I parchi sono un fiore all’occhiello per la cura con cui sono gestiti, ma anche i villaggi e le persone sono fantastici.
La guida vi scorterà all’Aeroporto Internazionale del Kilimanjaro (KIA) per il vostro viaggio di ritorno, ma sarà un addio doloroso.
Le nostre guide sono straordinarie, professionalmente e umanamente. Svolgono il loro lavoro con passione e dedizione: non è possibile non affezionarsi a loro.
La scaletta dell’aereo vi riporterà alla realtà e alla vita quotidiana, ma è certo che la Tanzania vi rimarrà nel cuore come uno dei viaggi più straordinari di sempre.