Il piccolo museo Maasai di Engare Sero

IL PICCOLO MUSEO MAASAI DI ENGARE SERO

Il classico museo, per definizione, è un luogo che raccoglie opere d’arte, oggetti di carattere storico-scientifico o etno-anropologico e culturale e, di norma, è corredato da strutture didattiche interattive che attirano l’attenzione di grandi e piccini.

Quando siamo andati a visitare il National Museum di Dar es Salaam siamo rimasti affascinati dalla sezione dedicata alla preistoria. Pannelli, fotografie, reperti, ricostruzioni visive: davvero ben strutturato, con ambienti coinvolgenti dalle luci soffuse.

Al nostro arrivo al gate del Lago Natron ci siamo trovati davanti a due costruzioni: l’ufficio per il controllo dei documenti di ingresso e una manyatta Maasai abbastanza grande con un cartello sbiadito che si ergeva sopra la porta. Al momento non ci ho fatto caso, la scritta era davvero scolorita, poi ho realizzato che la parola appena visibile era ‘museum’. museo Maasai

Incuriosita, sono scesa dalla macchina e mi sono avvicinata all’entrata. Era deserto. La struttura era in legno e fango, proprio come quella delle manyatte Maasai, e di forma circolare.

Mi sono avventurata all’interno, nell’unica stanza che occupava tutta la superficie della capanna. Al centro una teca con un plastico che mostrava il lago Natron e le terre circostanti, tradizionalmente le terre dei Maasai.

Alle pareti qualche manifesto cartaceo con la descrizione della cultura e della struttura sociale tipiche della tribù si accompagnava ad alcuni oggetti tipici. museo Maasai blanket

Mi stavo guardando intorno e non mi sono accorta subito che ero stata raggiunta da due guerrieri che se ne stavano tranquilli e zitti vicino alla porta.

Appena li ho notati mi hanno accolta con un bellissimo sorriso: immagino che non ci siano tanti turisti che raggiungono questa parte della Tanzania e soprattutto che si fermano a fare una visita a questo singolare museo Maasai.

Guardandoli meglio mi sono resa conto che erano due anziani guerrieri, non più nel fiore degli anni, e che sembravano ansiosi di mostrarmi quella manciata di oggetti probabilmente appesi da anni a testimonianza di una cultura antica e complessa. Non li ho delusi. Li ho seguiti in tondo lungo tutto il perimetro in attento ascolto delle loro storie.

Per prima cosa abbiamo affrontato il plastico dove ho ricevuto un’approfondita descrizione geografica della zona, il cui centro è rappresentato dal lago Natron.

Poi siamo passati ai manifesti. La struttura della società, le cerimonie, i riti di passaggio nelle varie fasi della vita, le piante e le loro proprietà terapeutiche, la sinergia tra Maasai, territorio e fauna. Insomma, un lungo racconto sulle abitudini e i riti di questa tribù che mantiene inalterata da secoli la sua cultura.

L’ultima sezione del museo Maasai, dedicata ad oggetti usati nelle cerimonie, mostrava sacche, stuoie e un vecchio scudo dipinto. Maasai bag

Non posso negare che sia stata una visita inusuale, un po’ per il luogo, un po’ per i personaggi, un po’ per la sensazione di essere a metà tra la realtà e una dimensione diversa.

Mi capita spesso, qui in Tanzania, di avere questa sensazione, soprattutto quando visito angoli remoti.

E mi piace da morire questa sensazione, questa dimensione sospesa tra il presente ed un lontano passato che non sembra essere mai passato del tutto.

Il senso di fissità è palpabile. La consapevolezza che nulla sia cambiato da tempi immemori ci immerge in una strana realtà,  tra lo stupore e l’ammirazione, lontano dalla frenesia e dentro un mondo quasi irreale, fatto di piccole cose, di piccoli oggetti, di piccole variazioni, ma anche di grandi verità sul senso della vita.

Non smetterò mai di visitare, di cercare, di approfondire. La Tanzania per me è una seconda casa e qui faccio ogni giorno nuove scoperte. Certo, il gap culturale è enorme, ma proprio per questo lo stimolo è una continua sfida a visitare, a conoscere, a capire un universo straordinario.😊

Il vulcano Ol-Doinyo Lengai, la montagna sacra del popolo Maasai