Al ristorante tanzaniano: parole e gesti

ristorante tanzaniano

Il ristorante tanzaniano è una di quelle esperienze che possono stupire.

Innanzi tutto sono quasi tutti all’aperto: sembrerà un’ovvietà, ma vi assicuro che durante il periodo delle piogge e nei mesi invernali ad Arusha la temperatura è freschina e non è semplice stare seduti due ore al tavolo. Sì, perché ci vogliono due ore per pranzare o cenare in un ristorante tipico. Tutti i piatti sono preparati al momento e cuocere un pollo alla brace non è cosa che si possa risolvere in due minuti, senza trascurare i tempi tanzaniani.😜😜

Generalmente i tavolini e le sedie sono in plastica, senza tovaglia e lavabili velocemente. Anche questa sembrerà un’ovvietà, ma considerato che si mangia con le mani e il più delle volte da un piatto condiviso, le condizioni del tavolo a fine pasto sono più simili a un campo di battaglia che a una tavola conviviale, almeno quando io faccio parte dei commensali.😂 Chiedere le posate è sicuramente un’opzione, ma io mi rifiuto, voglio partecipare come una vera tanzaniana.

ristorante tanzaniano

La questione dell’uso esclusivo della mano destra per toccare il cibo non è da sottovalutare in termini di difficoltà: la verdura, l’ugali e il pezzettino di manzo sono semplici. Staccare con i denti la carne del pollo senza farsi assalire dalla tentazione di afferrare il pezzo con entrambe le mani prova la vostra salute dentale.

Quando si arriva al ristorante tanzaniano prescelto si attende che un cameriere ci accolga: le prenotazioni non esistono.

Il menù è recitato, mai scritto: dipende dagli acquisti fatti la mattina al mercato. Al massimo, se si desidera mangiare qualcosa di specifico, si chiede subito se è disponibile.

Una volta ordinato comincia l’attesa, che va dai 45 minuti all’ora buona. Nel frattempo arrivano le bevande che vengono ordinate per due o tre volte perché c’è abbondante tempo per consumarle.

Il momento dell’arrivo del cibo è facile da intuire: cinque minuti prima il cameriere si presenta con l’attrezzatura per il lavaggio mani. Viene direttamente al tavolo, anche se i ristoranti sono forniti di un marchingegno fisso che fa al caso specifico.

ristorante tanzanianoLe porzioni sono enormi: ho richiesto la doggy bag diverse volte prima di capire che un piatto basta a sfamare Moody, me, i gatti randagi e qualche amico se capita di lì per caso. La carne o il pesce vengono serviti con ugali, riso bianco bollito, mchicha (spinaci fritti, pron. mcicia), kachumbari (insalatone misto, pron. caciumbari) e pilipili, la salsina piccante dove si intinge di tutto. L’aggettivo piccante in realtà non le fa onore: possono gustarla solo quelle persone che hanno una speciale fodera in bocca che consente loro di non perdere permanentemente il senso del gusto. Per quanto mi riguarda, passo il pezzettino di carne o di pesce sopra la ciotolina e mi limito ad utilizzarne i fumenti.😂😂

ristorante tanzaniano

L’ordine può essere fatto in inglese, ma la soddisfazione di ordinare in swahili è impagabile. Allora, cominciamo con la frase che il cameriere dice per invitarci a sedere: karibu kiti (pron. caribu chiti). Significa letteralmente ‘sei il benvenuto sulla sedia’. Poi, ovviamente, si passa a chiedere quali sono i cibi disponibili. Kuna chakula gani leo? (pron. cuna ciacula gani leo) è il generico ‘cosa c’è oggi da mangiare?’, al quale segue la lista dei piatti del giorno. Kuku (pron. cucu) è il 🍗, ng’ombe (pron. nhombe) la 🥩, samaki (pron. samachi) il 🐟.

Il pane, che da noi rappresenta il coperto, non esiste, almeno a pranzo e a cena.

Nel caso in cui l’uso delle posate sia considerato necessario, sarà utile sapere che ‘forchetta’ si dice uma (pron. uguale), ‘coltello’ kisu (pron. chisu) e ‘cucchiaio’ kijiko (pron chigico).

Un ultima considerazione sul galateo tanzaniano al ristorante, che per i tanzaniani è importantissimo: loro ripeteranno karibu, ‘benvenuto’, almeno cento volte durante il servizio, noi dobbiamo chiedere ‘per favore’, tafadhali (pron. tafadali), e ringraziare con il loro dolce ‘grazie’: asante.😊😊