Gli Hadzabe prima parte

La tribù degli Hadzabe è incredibile.

La tribù degli Hadzabe è rimasta immutata nei secoli, nei millenni per la precisione: si tratta di uno dei più antichi popoli dell’umanità. Parlano una lingua definita a schiocco che pare abbia relazioni con un unico altro idioma in tutto il pianeta, quello di un gruppo etnico del Sud Africa.

Nonostante la porzione di territorio in cui vivono nelle vicinanze del Lago Eyasi  si sia tristemente ridotta rispetto alla vastità della terra d’origine, il loro stile di vita è rimasto inalterato, così come le loro credenze, che sono legate simbioticamente all’ambiente, con un rispetto reverenziale nei confronti del cielo, considerato il loro protettore.

La terra fornisce tutto il necessario per la sopravvivenza e, infatti, questa tribù vive di caccia, praticata dagli uomini, e di raccolto, di cui si occupano le donne. E poiché le stagioni alternano abbondanza o scarsità, gli Hadzabe sono nomadi, si spostano con lo spostarsi degli animali da cacciare.

Un tempo erano in grado di abbattere animali di grosse dimensioni come giraffe e bufali.

Oggi devono accontentarsi di scimmie, facoceri, dik dik, impala e uccelli perché è raro che riescano a trovare altro.

Anche il numero degli appartenenti alla tribù si è ridotto: ne sono rimasti circa 3/400.

La mia visita è cominciata alle prime luci dell’alba, uno dei due momenti della giornata, insieme al tramonto, in cui è possibile accompagnarli nella caccia. E si viene catapultati nel passato.

Gli Hadzabe cacciano con archi, ricavati dai rami degli alberi, le cui corde non sono altro che tendini di animali, e vestiti con pelli di babbuino per mimetizzarsi. Anche le frecce sono in legno con punte in metallo che vengono acquistate dai vicini Datoga e, a volte, avvelenate se l’animale da cacciare supera certe misure. Sono abbellite da piume di faraona, che forse servono anche per renderle più aerodinamiche.

Dopo una breve conversazione con la nostra guida, Joseph Awe, che incredibilmente parla la loro lingua, oltre a quella dei Datoga, ci siamo avviati verso il bush.

Lungo il villaggio da dove siamo partiti scorre il fiume Baray, asciutto a dicembre, ma che quando è in piena porta acqua al Lago Eyasi.

Seguendo il letto del fiume abbiamo cominciato l’avventura della caccia, tra zolle disagevoli e arbusti spinosi che si conficcavano nei vestiti rendendo il procedere problematico.

Le pratiche di caccia sono fondate su regole e credenze come quella dell’approccio circolare.

Non si caccia mai su uno schema andata-ritorno, ma seguendo un percorso circolare. La motivazione risiede nella convinzione che se all’andata va male, andrà male anche al ritorno, mentre girando in tondo si evitano seccanti ritorni di sfortuna.

Dopo due ore di camminata al seguito dei cacciatori ero quasi in procinto di pensare che la sfortuna si sarebbe potuta abbattere sulla nostra giornata a prescindere dal tipo di criterio utilizzato, quando il cacciatore capo è spuntato con un uccello appeso a una freccia. Alla fine la mattinata era stata proficua.

Pensavo che saremmo rientrati al villaggio quando, con mia grande sorpresa, ci siamo fermati all’ombra di un baobab. In men che non si dica, il cacciatore capo, sfregando un bastoncino tra le mani, ha creato una brace che ha successivamente fatto diventare fuoco con l’aggiunta di erba secca e ramoscelli.

Mentre io guardavo incredula, un suo collega ha spiumato e pulito l’uccello, una sorta di tortora, e mi ha messo tra i capelli due piume in segno di buona sorte. (continua…)

 

 

Il lago Eyasi