I Maasai

La tribù dei Maasai è quella che in assoluto colpisce di più l’immaginario occidentale e sicuramente si tratta di un gruppo unico nel suo genere.

Non ci sono fonti scritte che possano far luce sulla loro storia: quello che è certo è che sono di origini nilotiche. Si dice che siano migrati dalle valli del Nilo attraverso il Sudan e che abbiano raggiunto i territori della Great Rift Valley in Kenya e in Tanzania. Più o meno cinquecento anni fa.

Tutti i Maasai parlano il Maa e credono nel dio Ngai. La credenza che Ngai abbia creato tutto il bestiame del mondo per la tribù ha portato in passato a non poche frizioni nei territori in cui vivevano, dovute principalmente alle razzie che i Maasai facevano del bestiame altrui. Iniziarono anche ad essere molto temuti e la terra che erano in grado di controllare diventò enorme. Alcune delle tribù con cui entrarono in contatto reagirono alla loro violenza: una guerra Chagga-Maasai viene ancora menzionata dai Chagga con l’inclusione di episodi di rapimenti di donne, oltre che di animali.

Sono stati fatti anche diversi tentativi di rendere i Maasai sedentari, ma la loro natura e la loro anima sono nomadi.

Vivono nei loro villaggi e si occupano di far pascolare il bestiame. È normale vederli ai bordi delle strade mentre accompagnano mucche e capre. Fanno parte del paesaggio. Calmi, lenti, in perpetuo moto.

Attualmente il maggior numero risiede nel nord del paese, in particolare vicino a Ngorongoro, ma non è difficile trovarli anche ad Arusha o in altre città. Lavorano spesso nella sicurezza di alberghi e ristoranti e hanno fama di essere efficienti e coraggiosi.

Vivono in villaggi in cui ogni famiglia ha il suo gruppo di manyatte, le tradizionali capanne fatte di legno e coperte con fango e sterco e hanno una dieta basata sul consumo di carne e sangue che bevono direttamente dall’arteria della mucca, anche se integrano con zucchero, verdura e altri tipi di cibo.

La struttura sociale è molto complicata, almeno per quanto riguarda gli uomini.

Il termine ‘guerriero’ è un concetto molto più complesso di quanto possa apparire a prima vista.

Innanzi tutto ci sono differenti ‘gradi’ dell’essere guerriero e tutto dipende dall’età.

I guerrieri giovani sono chiamati moran. Per entrare in questo gruppo devono passare attraverso una serie di cerimonie, alcune anche dolorose. È il loro primo test per valutarne la forza: se piangono o mostrano qualunque tipo di sofferenza non avranno l’onore di diventare guerrieri.

Dopo le cerimonie i ragazzi si vestono di nero, dipingono i loro volti con figure geometriche bianche e sistemano piume di uccello tra i capelli (molte tribù lo considerano un gesto di buon auspicio) prima di iniziare, in gruppi di tre o quattro, un viaggio di alcuni mesi in savana durante il quale devono saper dimostrare di riuscire a sopravvivere a tutti i pericoli e con quello che riescono a cacciare.

A questo punto il moran lascia il posto al guerriero adulto e, successivamente, al guerriero anziano, il tutto attraverso differenti riti di transizione.

Gli anziani della tribù decidono le regole che riguardano il bene della comunità e sono tenuti in altissima considerazione. Vecchio significa saggio e questo crea un grande rispetto nei loro confronti.

Un guerriero Maasai tende a sposarsi intorno ai trenta/quarant’anni e la poligamia non è rara. Tutta la famiglia vive in gruppi di manyatte. All’interno delle capanne si mangia e si dorme e i letti sono fatti con rami intrecciati.

L’abbigliamento tradizionale consiste nella sovrapposizione di coperte a quadri. Esistono in due versioni: leggere per i mesi più caldi e pesanti per il periodo invernale. Il rosso e il blu sono i colori usati dagli uomini. Le donne cambiano il colore in relazione al loro stato. Le coperte blu sono indossate dalle donne sposate.

Sia gli uomini che le donne amano moltissimo indossare gioielli di loro produzione, fatti di perline colorate, soprattutto bracciali e collane. La vendita di questi monili è uno dei loro metodi di sopravvivenza.

Le visite ai villaggi Maasai sono organizzate ovunque, anche se a volte si tratta di creazioni ad hoc per turisti e la vera cultura di questa straordinaria  tribù viene un po’ svilita. L’opzione migliore per conoscerli veramente è quella di recarsi al Lago Natron dove vivono quelli più tradizionali. Lì è anche possibile vedere, o scalare, la loro montagna sacra, l’Ol Doinyo Lengai, l’unico vulcano al mondo a eruttare lava bianca. La tribù invita a passare una notte nel villaggio. Questo è il modo migliore di avere un breve, ma intenso contatto con loro e, magari, farsi accompagnare nella scalata del Lengai che lascerà tutti senza fiato e con ricordi indimenticabili.

Il lago Natron